Il cicloturismo può davvero essere l’antidoto all’overtourism?
Quando l’overtourism consuma i luoghi, la bici li fa vivere.
Negli ultimi giorni ha fatto discutere la richiesta del Ministro Mazzi di abolire la parola “overtourism”. Una parola scomoda, perché significa ammettere che in alcuni luoghi il turismo non sta più migliorando la vita dei territori, ma rischia di consumarla.
Già nel 2024 il ministro del Turismo Daniela Santanchè aveva dichiarato che “overtourism è una parola che non mi piace”, sostenendo che il problema sia soprattutto la gestione dei flussi.
Ma al di là delle definizioni, basta fare una passeggiata a Venezia in un weekend di primavera, o attraversare certi centri storici italiani ad agosto, per capire che il tema esiste eccome. E infatti in tutta Europa stanno crescendo limitazioni agli affitti brevi, accessi contingentati e sistemi di monitoraggio dei flussi turistici.
Forse allora al di là dell’uso o meno della parola overtourism, la domanda vera è: esiste un modo diverso di viaggiare?
Ed è qui che il cicloturismo diventa interessante. Non come moda outdoor del momento, ma come possibile alternativa culturale a un turismo veloce, concentrato e spesso insostenibile.
Perché chi viaggia in bici difficilmente consuma un territorio nello stesso modo in cui lo fa il turismo di massa.
Una bici attraversa silenziosa un territorio, non lo invade.
La velocità con cui guardiamo i luoghi
Negli ultimi anni il turismo è diventato sempre più simile a una checklist. Si arriva, si fotografa, si pubblica, si riparte.
Le città iconiche sono diventate sfondi. Alcuni borghi sembrano scenografie costruite per Instagram più che luoghi reali.
Il problema non tanto è che troppe persone viaggiano. È che troppo spesso viaggiano tutte negli stessi posti, negli stessi giorni, nello stesso modo. Così si crea l’overtourism.
Il cicloturismo rompe questa dinamica quasi automaticamente.
Prima di tutto perché cambia il ritmo. In bici le distanze si dilatano. Dieci chilometri non sono un trasferimento invisibile come in auto: diventano campi, strade secondarie, bar di paese, salite, incontri, vento, colori.
Chi pedala scopre territori intermedi. E i territori intermedi, in Italia, sono praticamente ovunque. E sono l’essenza della nostra terra.
Esiste un’Italia enorme che il turismo tradizionale continua a saltare. Paesi attraversati solo in macchina. Stazioni minori. Fiumi. Ex ferrovie. Colline fuori dalle mappe principali. Luoghi che non finiranno mai in una top 10 di TikTok ma che possono offrire esperienze molto più autentiche.
Non è un caso che molti report sul turismo del 2026 parlino di una crescente ricerca di autenticità, lentezza e destinazioni meno congestionate.
Ed è forse qui che la bici torna ad avere un significato politico, oltre che turistico.
Il valore economico di chi si ferma
C’è un altro aspetto che spesso viene sottovalutato: il cicloturista distribuisce valore.
Il turismo di massa tende a concentrare la ricchezza in poche aree e in pochi operatori.
Il cicloturismo invece funziona in modo molto più diffuso. Chi viaggia in bici si ferma più facilmente nei piccoli comuni, dorme lungo il percorso, compra nei negozi locali, cerca fontane, panifici, trattorie, campeggi, agriturismi.
Non ha bisogno necessariamente della grande attrazione.
Ha bisogno di una rete di servizi.
È una differenza enorme.
In molti territori italiani le ciclovie stanno diventando occasioni concrete di rigenerazione locale.
Non solo e non tanto a beneficio dei turisti, ma per la qualità stessa dei luoghi attraversati.
Quando una strada diventa pedalabile, spesso diventa anche più vivibile, più sicura, più lenta e più umana.
E forse è proprio questo il punto: il cicloturismo funziona quando smette di essere “un prodotto turistico” e torna a essere un pezzo di territorio.
Non a caso sempre più destinazioni stanno provando a spostare i flussi verso aree meno congestionate, promuovendo forme di mobilità dolce e turismo diffuso.
Pedalare cambia anche il modo in cui consumiamo i luoghi
C’è poi una questione meno visibile, ma forse ancora più importante.
La bici ci rende più vulnerabili. E la vulnerabilità, quando viaggiamo, è una cosa preziosa.
In auto attraversiamo i luoghi protetti da vetri, climatizzatori e navigatore.
In bici senti gli odori, il meteo, la fatica. Ti accorgi se una valle è abbandonata o viva. Se un paese sta morendo o rinascendo. Se una strada è pensata solo per attraversare oppure anche per restare.
È difficile sviluppare un rapporto predatorio con un territorio quando lo percorri lentamente.
Forse è anche per questo che chi viaggia in bici spesso cerca meno “attrazioni” e più relazioni.
Una fontana può diventare memorabile quanto un monumento.
Una chiacchierata davanti a un bar può restare più impressa di una fila per entrare in un museo.
È un turismo meno spettacolare, ma più profondo.
E oggi, in un mondo che sembra vivere di accelerazione continua, questa profondità ha un valore enorme.
Il rischio di trasformare anche il cicloturismo in consumo
Naturalmente non esiste un turismo completamente innocente.
Anche il cicloturismo rischia di trasformarsi in trend, estetica, performance. Lo vediamo già in certi luoghi saturi di eventi, presenti in migliaia di reel e percorsi diventati “must ride”.
Ogni forma di viaggio può diventare consumo.
La differenza sta nel modo in cui scegliamo di pedalare.
Possiamo usare la bici per collezionare segmenti e contenuti oppure per abitare davvero un territorio, anche solo per un giorno.
Possiamo trasformare ogni uscita in una gara oppure lasciare spazio alla scoperta.
Possiamo cercare i posti già famosi oppure usare la bici per uscire dalle mappe principali.
Abitare i luoghi
Forse il futuro del cicloturismo si giocherà proprio qui. Non sulla quantità di chilometri, ma sulla qualità dello sguardo.
Perché il contrario di overtourism non è “meno turismo”, ma è avere un turismo che lascia qualcosa ai luoghi invece di svuotarli.
Un turismo che distribuisce invece di concentrare. Che dilata invece di comprimere.
Che crea connessioni invece di trasformare le città in parchi a tema.
La bici, da sola, non risolverà il problema dell’overtourism. Sarebbe ingenuo pensarlo.
Ma può aiutarci a immaginare un altro modo di viaggiare. E forse anche un altro modo di vivere i territori.
Più vicino alle persone. Più vicino ai margini. Più vicino al tempo reale delle cose.
In fondo pedalare è anche questo: accettare che il viaggio non serva per vedere un luogo, ma per entrarci dentro, lentamente.









