Strisce pedonali e attraversamenti incerti: quando la bici incontra confusione e intolleranza
Un piccolo racconto comico. Una cronaca da giungla zebrata
C’era una volta, nella Repubblica Libera del Traffico Intenso, una città che viveva divisa in due tribù: gli Automobilisti, chiusi nei loro scafi di metallo, e i Ciclisti, anime leggere e sospette, che osavano muoversi senza carburante e senza rate da pagare.
Fra loro, esisteva un’antica guerra santa: la Battaglia delle Strisce Pedonali.
Le strisce pedonali erano sacre.
Bianco su nero, come il pianoforte di Dio, eppure suonate da un diavolo distratto.
Il pedone poteva attraversarle, sì, ma con la devozione di un pellegrino, facendo l’inchino e la riverenza in mezzo alla strada.
Prima doveva sostare sul bordo, guardare a sinistra, a destra, in alto, in basso.
Se auto in vista non ce n’erano, doveva aspettare che ne arrivasse una, che si fermasse e che maganima lo facesse passare.
Dopo l’attraversamento, se era sopravvissuto, doveva ringraziare il Santo Parabrezza.
Ma un giorno arrivò lui: Ettore Bicicletta, detto “l’Equilibrista delle Strisce”.
Era un tipo tranquillo, mezzo poeta e mezzo ciclista urbano (che poi è la stessa cosa), uno che si allenava a mantenere la calma in mezzo al caos dei clacson.
Portava una bici blu elettrico, chiamata “Gioconda”, che ogni tanto emetteva un cigolio filosofico.
Un lunedì di smog e bestemmie, Ettore si trovò davanti a un attraversamento pedonale.
Davanti a lui, una fila di auto nervose; dietro, una nube di pensieri ancora più lunghi.
Sul bordo della strada, qualcuno aveva attaccato alla bell’e meglio un cartello diceva:
“Attraversare con prudenza”.
Ettore lo lesse come si legge un oracolo confuso.
“Dunque — mormorò — devo scendere o non devo scendere?”
Il pedone non scende da se stesso, ma io, che sono un pedone con ruote, dovrei forse trasformarmi in bipede per attraversare una riga di vernice?
Dal cofano di una macchina vicina uscì una voce metallica e indignata:
“EHI TU! LE STRISCE SONO PER I PEDONI!”
L’uomo nella macchina era un certo Commendator Benzoni, che viveva nel suo SUV come un faraone nel sarcofago.
“Scendi dalla bici! — gridò. — Non hai letto il codice della strada?”
“L’ho letto, — rispose Ettore, — ma non c’è scritto che devo scendere. Dice solo che mi devo comportare come un pedone.”
“Appunto! — urlò Benzoni, con la logica di un pneumatico sgonfio. — Il pedone cammina!”
“Ma è la mia bici che non sa camminare, — ribatté Ettore. — È questione di metafisica. È brava a sognare, a cigolare, ma coi piedi non ci sa fare “
A quel punto si radunò una folla: un tassista in tuta da guerra, una vecchietta con il cane ansioso, un ragazzo con la felpa con scritto “Io freno solo per l’amore”.
Tutti a discutere sul destino dell’umanità e delle sue ruote.
Un vigile arrivò in skateboard elettrico.
“Che succede qui?” — chiese.
“Questo individuo vuole attraversare in bicicletta! — tuonò Benzoni. — È un attentato alla civiltà automobilistica!”
Il vigile consultò il suo manuale digitale, che lampeggiava come una sfera magica.
“Mh… dice che il ciclista, se conduce il veicolo a mano, è in difetto d’identità.”
“E se non lo conduce a mano?” — chiese Ettore.
“Allora è ciclista, ma con attenuanti.”
“E quindi?”
“Quindi dipende.”
“Dipende da cosa?”
“Dal karma, forse. O dal sindaco.”
Il vigile fece spallucce e andò via, lasciando l’universo nel dubbio.
Ettore rimase fermo qualche istante.
Poi, lentamente, avanzò. Due ruote sulle strisce. Un’auto frenò con uno strillo di terrore.
Il Commendator Benzoni spalancò gli occhi come fari abbaglianti:
“Ma allora tu… TU ATTRAVERSI!”
“Certo, — disse Ettore. — Alla velocità del dubbio. Sto quasi fermo, ma il pianeta continua a girare.”
“Ma non puoi! Non si fa!”
“E lei si ferma sempre alle strisce?” — chiese Ettore.
“Io? Beh…”
“E scende mai dall’auto per attraversare a piedi, come vorrebbe che facessi io?”
“Eh? Io? Ma che discorso è?”
“Logico, Commendatore: se il ciclista deve spingere la bici, l’automobilista dovrebbe spingere la macchina. La parità delle ruote!”
Il traffico ammutolì. Persino i clacson ebbero un attimo di rispetto.
Un bambino sul marciapiede applaudì piano, come si applaude un equilibrista su una fune invisibile.
Ettore attraversò tutto, piano, con la grazia del poeta che sfida la grammatica del mondo.
Poi ripartì, leggero, libero, sorridendo come uno che ha appena risolto un rebus cosmico.
La leggenda di Ettore Bicicletta si diffuse per la città. Nacquero due scuole di pensiero:
- i Pedalumanisti, che sostenevano il diritto del ciclista di attraversare in equilibrio, come simbolo di armonia universale;
- gli Autoapocalittici, che chiedevano invece di installare cancelli, semafori laser e catapulte per i trasgressori a pedale.
Nel frattempo, il Comune emise un comunicato:
***Il ciclista può attraversare le strisce, ma solo se lo fa con decoro, prudenza e spirito civile. È raccomandato il sorriso cortese e l’uso di campanelli melodici.***
I giornali titolarono: ***Guerra di Strisce: città divisa tra chi pedona e chi perdona.***
Ettore, intanto, continuava a pedalare in bicicletta. Ogni volta che arrivava a un attraversamento, si fermava un istante, respirava e pensava:
“Le strisce pedonali sono un test. Non di guida, ma di civiltà.”
Ogni tanto un automobilista si fermava davvero. Qualche volta qualcuno lo salutava.
Altri lo insultavano, ma lui rispondeva con un campanello filosofico: drin, la nota della tolleranza.
PS: I fatti sull’attraversamento in bicicletta sulle strisce pedonali
Il codice della strada dice che il ciclista, quando attraversa sulle strisce, deve comportarsi come un pedone.
Non c’è scritto che debba scendere. Non c’è scritto che non possa usare prudenza.
Eppure, nella giungla quotidiana del traffico, questa norma diventa un pretesto per lo scontro.
Molti automobilisti si indignano e vanno in escandescenze se vedono una persona attraversare sulle strisce pedonali in bicicletta. Forse perché non se l’aspettano, forse perché la loro velocità non ammette sorprese.
Molti ciclisti, d’altro canto, si sentono sotto accusa per il solo fatto di esistere su due ruote.
Come nasce un racconto grottesco
Nel chiedermi come poter affrontare in un articolo questo tema, non ho resistito a trasformarlo in farsa.
Perché quando la legge è confusa, la tolleranza scarsa e la gentilezza a zero, non resta che ridere.
Scrivere questa storia è stato il mio modo di sfogare la frustrazione quotidiana del ciclista urbano, che deve ogni volta giustificare la propria presenza.
Serve ricordare che dietro ogni manubrio e ogni volante ci sono persone. E allora forse vale la pena attraversare, anche solo per questo, con un sorriso.









